Un equivoco diffuso
Chi frequenta la cartomanzia contemporanea avrà notato un atteggiamento ricorrente verso gli arcani maggiori e minori. Chi legge solo i Maggiori. Chi usa solo i Minori. Chi si affida a mazzi diversi dai tarocchi, come le carte da poker o i mazzi regionali italiani.
Questo modo di procedere viene talvolta guardato con un certo snobismo, quasi fosse un segno di preparazione incompleta.
L’equivoco è preciso: si dà per scontato che gli arcani maggiori e minori siano nati come un blocco unico e indivisibile. Separarli, o usare altri strumenti di lettura, sarebbe quindi una mutilazione del sistema.
Ma la storia racconta tutt’altro, e vale la pena ripercorrerla.
Come nascono davvero i tarocchi
Nel Tarocco di Marsiglia, il mazzo che costituisce la base storica di riferimento, gli Arcani Minori sono carte numerali: nessuna scena, nessun personaggio, solo il numero del seme ripetuto sulla carta. Il Sette di Spade, per esempio, mostra semplicemente sette spade disegnate in fila.
Il nome più antico per le carte da gioco comuni è Naibi, attestato già dal 1371 in Catalogna e poi nel 1375-1376 a Firenze. Solo più tardi, nelle corti del nord Italia, a questo mazzo già esistente vennero aggiunte ventidue carte figurate a soggetto allegorico, chiamate Trionfi.
Il documento più antico che mostra i due nomi già fusi insieme è una lettera privata del 16 settembre 1440. La scrisse il notaio Giusto Giusti, originario di Anghiari, raccontando di aver donato al signore Gismondo un mazzo fatto realizzare a Firenze. Lo descrive testualmente come “un paio di naibi a trionfi”.
Questo dato storico è la chiave di tutto il ragionamento. I tarocchi non nascono come un progetto unitario pensato fin dall’inizio come un tutto inscindibile. Nascono dall’innesto di un elemento nuovo, i Trionfi, su un sistema già completo e autonomo, i Naibi.
Se l’unione stessa è avvenuta per aggiunta successiva, non esiste alcuna legge, né storica né esoterica, che imponga di leggere insieme gli arcani maggiori e minori. Usarli separati non è una mutilazione. È, semmai, un ritorno a una condizione che il mazzo ha già conosciuto nella propria storia.
Anche i nomi che oggi usiamo con naturalezza sono molto più tardi. La parola “Tarocchi” compare solo agli inizi del Cinquecento, settanta o ottant’anni dopo la lettera di Giusto Giusti. Per tutto il Quattrocento il mazzo continuò a essere chiamato semplicemente Trionfi.
Ancora più tardiva è la parola “Arcani”, che entra nel linguaggio solo nel 1781. Fu il massone francese Antoine Court de Gébelin a ipotizzare, senza alcun fondamento storico, che le carte fossero un libro segreto degli antichi sacerdoti egizi. Prima di allora, per oltre tre secoli, nessuno aveva mai chiamato le carte “arcani”.
Un precedente storico autorevole conferma che l’uso separato di arcani maggiori e minori è pienamente legittimo. Oswald Wirth, uno degli autori più influenti della tarologia esoterica ottocentesca, lavorò esclusivamente sui 22 Arcani Maggiori, ritenendo i Minori superflui per i propri fini.
Nel 1889, sotto la guida dell’esoterista Stanislas de Guaita, creò un mazzo composto solo dai Maggiori. Il suo trattato del 1924, ancora oggi considerato tra i più importanti mai scritti sui tarocchi, non tratta in alcun modo i Minori.
Solo decenni dopo la sua morte un editore pubblicò una versione con l’aggiunta di 56 Minori disegnati da altri. Wirth non era un cartomante incompleto: era uno studioso che aveva scelto consapevolmente il proprio campo di lavoro.
Nessun obbligo, solo tradizione
Alla stessa famiglia di equivoci appartengono altre convinzioni molto diffuse tra chi si avvicina agli arcani maggiori e minori. Regole presentate come ferree, quando in realtà sono soltanto usanze, mai obblighi codificati in alcuna fonte.
Si dice che il mazzo debba essere ricevuto in dono e mai acquistato da sé, pena una presunta perdita di efficacia. Si dice che vada purificato con rituali obbligatori prima del primo utilizzo. Si dice che debba esistere un panno dedicato esclusivamente a quello scopo.
Sono usanze che appartengono alla tradizione popolare della cartomanzia, spesso cariche di significato simbolico. Chi desidera seguirle fa benissimo a farlo.
Ma sono scelte personali o di scuola, non leggi. Non esiste alcun fondamento storico o dottrinale che le renda vincolanti.
Presentarle come tali, magari per intimidire chi si avvicina per la prima volta agli arcani maggiori e minori, tradisce lo spirito stesso di uno strumento nato per essere usato, prima ancora che venerato.
Un principio utile per chi sceglie l’unione
Chi invece sceglie di lavorare con l’intero mazzo, unendo arcani maggiori e minori, può trovare un fondamento coerente in un principio più antico della cartomanzia stessa: quello ermetico di macrocosmo e microcosmo.
Già Éliphas Lévi affermava che tutto ciò che accade nel macrocosmo, così come nel microcosmo, è contenuto nelle figure dei tarocchi. Non due piani distinti, ma un’unica realtà su scale differenti.
Dion Fortune, nella Cabala Mistica, applica lo stesso principio all’Albero della Vita. Il microcosmo non è un piano minore rispetto al macrocosmo, ma una sua replica in miniatura.
Anche nella riflessione ermetica di Giuliano Kremmerz il rapporto tra macrocosmo e microcosmo è pensato come analogia, non come gerarchia.
Applicato agli arcani maggiori e minori, questo principio suggerisce una possibile lettura: i Maggiori come cause prime, i principi universali che governano l’esistenza. I Minori come cause seconde, il modo particolare in cui quei principi si manifestano nella vita concreta.
Non è l’unica lettura possibile, e non è nemmeno obbligatoria. È uno schema a disposizione di chi sceglie di lavorare in modo unificato, non un dogma che squalifica chi lavora diversamente.
Da dove viene la distinzione introspezione-quotidiano
Se questi autori ottocenteschi pensavano l’unità del mazzo come analogia tra piani cosmici, la distinzione che oggi percepiamo tra Maggiori dedicati all’introspezione e Minori dedicati alla cronaca quotidiana ha un’origine ben più tarda e ben più specifica, che vale la pena distinguere con chiarezza da quella tradizione ermetica.
Lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung, nel Novecento, fu tra i primi a leggere il tarocco attraverso la propria teoria degli archetipi dell’inconscio collettivo. Individuò nei 22 Arcani Maggiori una sequenza che rispecchiava le tappe fondamentali del processo di individuazione psichica.
Questa lettura ebbe una fortuna enorme. Offriva agli Arcani Maggiori una dignità scientifica agli occhi di un pubblico colto, elevandoli a strumento di psicologia applicata prima ancora che di divinazione. In questa prima fase furono soprattutto i Minori a restare ai margini, ancora legati alla loro origine di semplici carte numerali da gioco.
Con Alejandro Jodorowsky, alcuni decenni più tardi, il quadro cambia in modo significativo. Va tenuto distinto dal caso Jung. Jodorowsky non trascura affatto gli Arcani Minori: nel suo metodo, esposto soprattutto ne La via dei Tarocchi, li utilizza attivamente, mettendoli in relazione diretta con le tappe di vita rappresentate dai Maggiori.
Lo schema che ne risulta è per certi versi affine a quello ermetico già visto in precedenza: i Maggiori come tappe fondamentali del percorso esistenziale, i Minori come le loro espressioni concrete nella vita quotidiana. La differenza rispetto a Lévi, Fortune o Kremmerz sta nel linguaggio, non nell’architettura: dove gli ermetisti parlavano di macrocosmo e microcosmo, Jodorowsky innesta un vocabolario psicologico di matrice junghiana. È proprio questa sovrapposizione ad aver consolidato l’idea che i Maggiori appartengano al piano nobile dell’introspezione e i Minori a quello della cronaca quotidiana.
Un’incoerenza di fondo, e come si è consolidata nel tempo
Vale la pena notare un’incoerenza che attraversa buona parte della tarologia contemporanea su arcani maggiori e minori, al di là delle etichette con cui i diversi autori si presentano.
Da un lato ci sono i tarologi che praticano la cartomanzia in senso pieno: la predizione del futuro concreto della persona. Dall’altro ci sono quelli che rifiutano questa dimensione predittiva, dichiarando di limitarsi all’analisi della simbologia presente nelle carte.
Sono due scuole che si presentano come alternative, quasi opposte nel metodo.
Eppure, tanto gli uni quanto gli altri, quando devono mettere in parole ciò che leggono negli arcani maggiori e minori, finiscono quasi sempre per attingere allo stesso lessico. Inconscio, subconscio, conscio sono termini che ricorrono con enorme frequenza sia in chi predice sia in chi si limita a interpretare simboli.
Chi predice il futuro usa parole nate per descrivere la psiche, non gli eventi. Chi rifiuta la predizione e si rifugia nella pura simbologia, finisce comunque per descriverla con lo stesso apparato concettuale della psicoanalisi novecentesca.
È un’origine comune, quella junghiana, che accomuna scuole che si pensano distanti tra loro.
Questa convergenza non è nata di colpo con Jung. Si è consolidata per gradi, in un processo che dalla fine del Novecento arriva fino a oggi.
Negli anni Ottanta e Novanta, con la diffusione di massa del movimento New Age, il linguaggio della crescita personale si diffuse ben oltre i circoli specialistici. Ombra, inconscio, individuazione, archetipo entrarono nel lessico quotidiano di chiunque si occupasse di crescita interiore, arcani maggiori e minori compresi.
In quello stesso periodo la figura del tarologo iniziò a sovrapporsi sempre più a quella del counselor o del life coach.
Con la diffusione di internet, e poi in modo ancora più marcato con i social media a partire dagli anni Duemiladieci, questo processo ha subito un’ulteriore accelerazione. Il tarocco è diventato un prodotto editoriale di massa, spesso ridotto a brevi contenuti pensati per un pubblico che cerca principalmente auto-consapevolezza e conforto emotivo.
In questo contesto il lessico psicoanalitico è diventato lo standard comunicativo implicito. Anche per chi, sul piano dichiarato, rivendica un approccio predittivo tradizionale e prende le distanze da Jung.
Il risultato è la situazione odierna: un lessico psicologico dato per scontato, che finisce per accomunare pratiche apparentemente distanti tra loro.
La scelta della Cartomanzia Dinamica
Nella Cartomanzia Dinamica si è scelto di lavorare con gli arcani maggiori e minori secondo il principio ermetico bicamerale. L’Arcano Maggiore annuncia il principio in azione nella vita del consultante. L’Arcano Minore verifica nel concreto come quel principio si sta particolarizzando.
È una scelta metodologica precisa, coerente con l’impianto ermetico dell’analogia. Non è l’unica via corretta in assoluto, ed è distinta dalla lettura psicologizzante di matrice junghiana, incluso il relativo lessico.
Chi legge solo i Maggiori, chi legge solo i Minori, chi si affida a un mazzo di carte regionali o da poker: sta semplicemente scegliendo un metodo diverso tra gli arcani maggiori e minori a disposizione, non sta commettendo un errore.
L’unico vero errore è trasformare una scelta di metodo, o un’usanza di rispetto verso lo strumento, in un obbligo che intimidisce chi si avvicina alla cartomanzia con un approccio diverso dal proprio.
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PRENOTA IL TUO CONSULTOFonti
- Tarocchi, voce enciclopedica, Wikipedia in italiano
- Lettura dei tarocchi, voce enciclopedica, Wikipedia in italiano
- Franco Pratesi, Storia di un gioco, naibi.net
- Franco Pratesi, Il gioco italiano dei Tarocchi e la sua storia, naibi.net
- Franco Pratesi, Tarocchi in cerca di etimologia, naibi.net
- Nome arcano dei Tarocchi, cronacheesoteriche.com
- Oswald Wirth, voce enciclopedica, Wikipedia in italiano
- I Tarocchi di Oswald Wirth, ilgiardinodeilibri.it
- I tarocchi (Wirth), scheda prodotto ed edizione, IBS
- Tarocchi universali di Wirth, unavitafantastica.com
- Dion Fortune, La Cabala Mistica, citata in L’evoluzione della Simbologia degli Arcani Maggiori, riflessioni.it
- Éliphas Lévi, teorie sul Tarocco Esoterico, citate in Tarocchi esoterici: storia, maestri e mazzi, lauravalli.blog
- Alejandro Jodorowsky e Marianne Costa, La via dei Tarocchi, citato in Oswald Wirth, voce enciclopedica, Wikipedia in italiano



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