Tarocchi e Misticismo Sardo: I Quattro Cerchi
C’è un aneddoto che vale più di mille definizioni. Anni fa, all’inizio delle sue ricerche, lo scrittore Stefano Piroddi chiese a un’anziana signora della Barbagia se in Sardegna fosse esistito il matriarcato. La risposta fu netta, quasi offesa: patriarcato sì, in tante zone del mondo, il dominio dell’uomo sulla donna. Ma matriarcato no. Da loro il rapporto non era mai stato di dominio. Era sinergico, complementare.
Per spiegarlo, quella donna disegnò con le mani quattro cerchi concentrici, sempre più grandi. Il primo, piccolo: lei, regina incontrastata della propria casa. Il secondo, poco più ampio: lei, regina degli orti intorno alla casa. Il terzo, ancora più grande: suo marito, sovrano degli ovili intorno agli orti. Il quarto, il più esteso: suo marito, sovrano dei campi e dei prati intorno agli ovili.
Nessun cerchio sovrasta l’altro. Ognuno è pieno, sovrano nel proprio ambito, e insieme formano un’unica figura che si espande verso l’esterno. Non a caso la parola scelta per descriverla è proprio “cerchio”, non “gerarchia” o “piramide”. Il cerchio, per la tradizione sarda, è la figura sacra per eccellenza, tanto che qualcuno, a una presentazione di Piroddi, riassunse così lo scontro tra Sardegna e Roma antica: il cerchio contro il quadrato.
È da questa immagine, prima ancora che da un’astrazione filosofica, che vale la pena partire per leggere un rapporto molto più antico dei tarocchi: quello tra la Donna-Dea e l’Uomo-Eroe. Il confronto tra tarocchi e misticismo sardo, in fondo, nasce proprio da qui, da un gesto delle mani più che da un trattato.
L’universo è una donna che danza
Il primo grande punto di contatto tra tarocchi e misticismo sardo riguarda proprio la natura del cosmo. Nella tradizione richiamata da Piroddi, l’universo stesso ha la forma di una donna che danza, fatta di musica. Danzando sogna, e il suo specchio non è un oggetto ma il mondo stesso: il cosmo è la realizzazione dei suoi sogni. La donna nasce già divina: non deve conquistare nulla, perché la sua natura coincide con l’armonia stessa del cosmo. Ma a questo privilegio si accompagna una responsabilità precisa: non può limitarsi a brillare guardando il proprio riflesso, deve brillare per illuminare una via.
Ginocchia a terra, occhi al cielo
C’è un gesto che, secondo Piroddi, accomunava lo sciamano prima del rito, la sacerdotessa prima della danza, il guerriero prima della battaglia, il contadino prima di arare, l’artigiano prima di creare, la madre prima di allattare: inginocchiarsi a terra e rivolgere gli occhi al cielo. Non è un gesto riservato all’eroe in armi, è comune a chiunque, donna o uomo, stia per compiere l’atto più importante della propria vita. In quella posizione, l’essere umano diventa anello di congiunzione tra cielo e terra, e rivolge alla Dea Madre, all’Assoluto Sognante, un’invocazione che chiede non tanto di risolvere un problema quanto di conoscere il senso della propria esistenza: “guidami verso il senso di tutto e mostrami il senso stesso della mia esistenza”.
Questa immagine, prima di essere poetica, è quasi fisica: l’universo-donna che danza, dice Piroddi, è fatto di musica, di vibrazione, la stessa che la fisica quantistica ha impiegato un secolo di strumentazione per confermare. Siamo melodie viventi, questo lo sapevano già i sardi antichi migliaia di anni prima.
Sei gesti, sei Arcani
È forse il punto in cui tarocchi e misticismo sardo si sovrappongono più nel dettaglio. Ognuna delle figure descritte da Piroddi, nel gesto sospeso prima del proprio atto più importante, trova un corrispettivo negli Arcani Maggiori.
L’artigiano prima di creare rimanda al Bagatto, che in molti mazzi storici è raffigurato come un ciabattino al banco da lavoro, gli strumenti del mestiere davanti a sé: è l’atto creativo nella sua forma più elementare, dalla materia grezza nasce la forma.
La madre prima di allattare rimanda all’Imperatrice, il grembo, il nutrimento, la natura generativa, la stessa carta già associata al cerchio in contrapposizione al quadrato dell’Imperatore.
La sacerdotessa prima della danza rimanda alla Papessa, custode di un sapere che non si mostra ma si vive: la danza stessa è un sapere che si tramanda nel corpo, non a parole.
Il guerriero prima della battaglia rimanda al Carro, la tensione tra due forze opposte trattenute e guidate da un’unica volontà, l’attimo prima dello scontro in cui il guerriero diventa conduttore di una forza più grande di sé. Anche questo è un piccolo tassello del confronto tra tarocchi e misticismo sardo, uno dei tanti punti in cui i due mondi si parlano senza bisogno di forzature.
Il contadino prima di arare rimanda alla Ruota della Fortuna, il ciclo delle stagioni, semina e raccolto, il tempo che gira e che il contadino non controlla ma asseconda.
Lo sciamano prima del rito rimanda infine all’Eremita, la lanterna nella solitudine necessaria per entrare in contatto con l’invisibile, la luce che l’iniziato porta con sé nel buio del rito.
Questa luce non è un’astrazione unica. Si moltiplica in spiriti femminili legati a ogni piano del reale: Opi nel pulviscolo di terra, Dia nel seme che germoglia, Robigo nella spiga di grano, Lucar nel ramo di faggio, Salacia nell’acqua marina, Carmenta nell’acqua di sorgente. Ognuno “brilla e danza”, la stessa formula ripetuta come una piccola liturgia. Gli antichi non si limitavano a contemplare questi spiriti: li corteggiavano con canto, danza e poesia, per esempio per proteggere il grano dal marciume. È un rapporto attivo, non solo di ispirazione passiva.
Qui si apre il primo parallelo con i tarocchi: se il Maggiore racconta il cammino dell’eroe, i Semi Minori (Coppe, Denari, Bastoni, Spade) possono leggersi come la stessa danza declinata negli elementi, la stessa luce che si moltiplica in acqua, terra, fuoco, aria.
Perché la donna non si maschera
Un altro tassello del confronto tra tarocchi e misticismo sardo riguarda il carnevale tradizionale sardo, che Piroddi usa spesso per rendere concreto questo privilegio: la donna, nella tradizione, non si maschera. Non perché le sia vietato, ma perché non ne ha bisogno: nasce già dea, non ha nulla da diventare o da travestire. L’uomo invece, nella stessa tradizione, indossa maschere: pelli, corna, volti di legno annerito. La maschera è lo strumento di chi deve ancora compiere un cammino, non di chi è già compiuto.
Anche quando il carnevale mette in scena una figura femminile divina, come sa Filonzana, colei che fila il destino, è tradizionalmente un uomo a indossarne le vesti. Non contraddice il principio: conferma che la maschera serve a chi aspira ad avvicinarsi al divino, non a chi lo è già per nascita. L’uomo si maschera da dea perché non può esserlo, può solo, per la durata del rito, avvicinarsi a quello stato.
Grimasso, la Follia che recita se stessa
Nella saga Sandahlia di Piroddi compare un personaggio che si presenta così: “Io sono la Follia che non smette mai di recitare se stessa”. È Grimasso, il folle della storia. È difficile trovare una definizione più precisa del Matto dei tarocchi: non ha una trama propria, non ha una meta, esiste solo nel gesto infinito di essere ciò che è. È il punto zero da cui parte ogni cammino, la forma pre-eroica del maschio della specie umana, prima che scelga di intraprendere un percorso.
Sa via de su balente
Nella tradizione sarda l’uomo non nasce divino. Può però intraprendere “sa via de su balente”, il percorso del valoroso, il cammino dell’eroe. È un cammino fatto di ostacoli che il maschio non potrebbe mai superare da solo, se non fosse ispirato da donne e figure sacre femminili che gli indicano dove sono gli ostacoli e come affrontarli. Solo così può ambire a diventare un semidio: un “assoluto vivente” che rispecchia l’”assoluto sognante”, la Dea Madre.
Qui il parallelo tra tarocchi e misticismo sardo si fa più stretto: lungo il Maggiore dei tarocchi questo cammino prende forma tappa dopo tappa. La Papessa custodisce una sapienza che non si conquista con la forza, va solo riconosciuta. La Stella torna a illuminare dopo la caduta della Torre. Il Diavolo e la Torre stessa sono i momenti in cui l’eroe rischia di scambiare la luce per un possesso, la Dea per un oggetto, perdendo così l’orientamento. Non stupisce che proprio queste carte, insieme al Bagatto, siano tra le più legate all’idea di maschera e inganno: sono le tappe in cui l’eroe indossa il travestimento sbagliato, prima di imparare a lasciarlo cadere.
In questo percorso si inserisce anche un passaggio interessante: dall’Imperatrice, cerchio, natura, principio generativo, all’Imperatore, quadrato, legge, struttura che impone ordine dall’esterno. È la stessa tensione tra cerchio sardo e quadrato romano, questa volta dentro la sequenza degli Arcani stessi. L’eroe deve attraversare anche la tentazione dell’ordine rigido, senza restarne prigioniero.
Bèina e Nertha: due volti della Dea
Un altro incrocio tra tarocchi e misticismo sardo riguarda la molteplicità dei volti della Dea. Bèina è la vergine guerriera, indipendente, che non deve nulla a nessuno. Nertha è la sposa, la figura generativa legata al focolare e alla continuità. Sono due modi diversi di essere sovrane, non due gradi diversi di un’unica scala.
Anche qui il Maggiore dei tarocchi offre un doppio specchio. Bèina trova il suo corrispettivo nella Forza, la fanciulla che doma il leone non con la violenza ma con una fermezza che viene da dentro, la stessa indipendenza priva di bisogno di conferma esterna. Nertha si avvicina piuttosto alla Stella, la figura che versa acqua con calma, generosa e rigenerante, vicina per temperamento all’Imperatrice ma più silenziosa, meno regale e più intima. Due sovranità diverse, che nella cosmologia sarda restano comunque entrambe piene, mai una il completamento dell’altra.
L’ombra di Ammone: l’ascesa comprata
C’è anche un lato oscuro nel confronto tra tarocchi e misticismo sardo, utile a completare il quadro. Non tutti i personaggi della saga percorrono “sa via de su balente” in modo onesto. Ammone, in un passaggio della storia, sostiene che sia l’oro a elevare un uomo fino a farne un dio tra i mortali. È l’esatto rovescio del cammino dell’eroe: un’ascesa comprata, non conquistata, che salta gli ostacoli invece di attraversarli e ignora la luce delle figure femminili sacre invece di seguirla.
Nei tarocchi questa tentazione ha un nome preciso: il Diavolo. La catena che lega le due figure ai piedi della carta non è imposta dall’esterno, è la stessa illusione di Ammone, credere che il potere si compri invece di meritarlo. È un monito utile anche in lettura: quando il Diavolo esce accanto a carte di successo troppo rapido, vale la pena chiedersi se quel successo abbia davvero attraversato il proprio “sa via de su balente” o l’abbia soltanto aggirato.
Il Mondo: il cerchio ritrovato

Il Mondo è l’arrivo. La Dea che danza al centro della mandorla non è più una figura da incontrare lungo la via, ma lo stato che l’eroe raggiunge quando la sua stessa vita diventa “assoluto vivente”, specchio dell’assoluto sognante. Non è più recita, come per Grimasso all’inizio del cammino: è compimento. Il cerchio, disperso all’inizio in mille figure diverse, si ricompone. Donna e uomo restano sovrani ciascuno a modo proprio, sinergici e non gerarchici, proprio come nei quattro cerchi della signora barbaricina.
Cosa significa pescare il Mondo in una lettura
Se c’è un punto in cui tarocchi e misticismo sardo si toccano più da vicino, è proprio qui, nella lettura pratica di una carta. In una lettura simbolica, non divinatoria nel senso di previsione cieca ma predittiva nel senso di orientamento concreto, il Mondo non indica semplicemente “la fine di un ciclo”. Indica il momento in cui non serve più indossare maschere per avvicinarsi a ciò che si cerca: l’eroe ha smesso di rincorrere la luce da fuori, perché ha imparato a farla propria. È un invito a riconoscere dove, nella propria vita, si è già in sintonia con il proprio ritmo, senza bisogno di ulteriori travestimenti.
Per approfondire
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Fonti
- Stefano Piroddi, saga “Sandahlia” (La Città degli Dei)
- Trascrizioni di video pubblici della pagina Sandahlia – La Saga
- Scheda editoriale “Sandahlia”, Libri Sardi (librisardi.it)
Nota sulle immagini: L’immagine fotografica è frutto della intelligenza artificiale, quindi non ritrae nessun personaggio esistente ma a solo scopo illustrativo. L’immagine del Mondo, appartiene al mazzo dei Tarocchi di Marsiglia, versione Dodal risalenti al primo settecento.
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